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lunedì, ottobre 22, 2007
C'E' MODO E MONDO.
C'è un mondo, di cui si racconterà forse nei libri di storia.
In questo mondo una donna un giorno uccide il suo bambino a mestolate, perchè la sua testa le pare troppo grossa e perchè l'ansia è un cane rabbioso, quando ci si mette.
In questo mondo un giorno un uomo ha un'idea balzana. E colora di rosso l'acqua di una fontana, in centro città.
Tutti gli altri uomini allora decidono sia il caso di giudicare questi gesti, di condannarli o di giustificarli, di tramutarli in banale chiacchiera da salotto, per colmare di piccole parole nere le grandi pagine dei loro giornali. Per dare da leggere a qualche pensionato che non ha altro ormai, se non il suo posto sulla panchina nei giardini di periferia dietro casa.
Che mondo strano, questo, in cui lo spazio per il racconto di una vita spezzata è all'incirca lo stesso che viene dedicato al gioco di un presunto artista, di un provocatore o forse solo di un perdigiorno qualsiasi.
Sarà che quando la civiltà diventa troppo vecchia tende ad auto annientarsi, andando a perdere il senso dell'umano, il valore dell'uomo all'interno dei fatti, livellando tutto allo stesso tetto insignificante di scalpore.
venerdì, ottobre 12, 2007
VOCI
Mi arrivano voci e racconti di uomini e di donne.
Non so bene cosa trarne in realtà. Se l'immagine a rovescio di una società che dal verso giusto potrebbe funzionare, se invece semplicemente storie di solitudini da tenere lì, sia mai che se ne può fare qualcosa.
C'è la trentenne bulimica, in lotta perenne con cosa mangiare e quando, in transito continuo da un colloquio di lavoro ad un altro, combattuta tra l'amore e il ricordo dell'amore, tra se stessa e l'immagine che di lei impone sua madre.
C'è il separato-con-figli, che flirta con la ragazzina fresca e pronta a, si lascia trascinare nella vita, nel circolare pulsante del sangue nelle vene, che forse aveva tralasciato per dedicarsi ad altro. E poi, dopo qualche notte, inventa la formula "scopata libera", io non sto con te, tu non stai con me, vedersi si ma in ragione del presupposto che non nascerà mai un vero interesse. Retaggio di un passato doloroso? Apologia del non è il momento giusto? O qualunquismo.
C'è il manager performante che viaggia di qua e di là, all over the world, e casa sua è un alloggio condiviso con estranei in una città che non è la sua. Alla prima occasione si innamora di chi gli rivolge una frase con dentro un vero "TU", non lo YOU aziendale. E allora torna indietro di un paio di decenni e fa qualche figuraccia da ragazzino alle prime armi.
Vorrei dire che. e credere che.
Invece non approfondisco, la retorica mi sta annoiando, io in fondo faccio sempre gli stessi commenti. Però, volevo scrivere di queste persone, che forse hanno dei vuoti, di cui non frega niente a nessuno.
martedì, ottobre 02, 2007
Poi un giorno succede che cambi lavoro.
Succede che in fondo non credevi davvero di arrivare là, dove l'occhio riusciva solo a scrutare curioso l'orizzonte.
Voltare pagina, girare l'angolo, buttare un pò di te sottosopra.
Invece succede. Che sia un altro giorno. Che si esplori improvvisamente l'esperienza di un confine netto tra passato e presente.
E il confine è precisamente quello che separa la terra del dovere dalla terra in cui il dovere sfuma nel piacere. E ci costituisce come esseri pensanti, dotati di volontà e progettualità autonome oltre che di potenzialità produttive.
Uomini, non numeri.
Desiderio, non obbligo.
Prestarsi, non vendersi.
Questa è l'unica forma felice in cui si può esperire il LAVORO.
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