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mercoledì, novembre 23, 2005
SENZA TITOLO.
Non sta nè giù. Nè viene su.
Qualcuno l'ha chiamata "ovo sodo", questa sensazione che rimane sospesa tra l'esofago e il cuore, che tira e tira e lascia il fiato sospeso.
E forse non è nulla, si nasce proprio così, con questa ampolla piena di chissàche ad otturare l'anima spingendo il pensiero a vagolare nelle soffitte della mente.
Se ci sia un antidoto, non l'ho mai scoperto. L'ho chiesto insistentemente a tutti, a chi mi amava soprattutto, arrabbiandomi quando non trovavo risposta. Soffrendo, anche. A volte.
martedì, novembre 15, 2005
TRA PENE E REALTA'.
E' destino che di questi tempi io scriva a commento di qualche fenomeno artistico. Credo sia dovuto alla voragine mentale che mi si è aperta da un pò: la scoperta che l'universo culturale è vastissimo mi ha affamata e la fame vorrebbe che io non ne perdessi nemmeno un pezzettino.
Il contatto con Mapplethorpe si è concluso con un grande interrogativo ancora sospeso nel nulla: chi è Mapplethorpe?
Il poeta dell'omosessualità? Il poeta delle bizzarrie sessuali? Il poeta del...pene?
L'opera di questo fotografo giace imperniata intorno al tema portante del pene. Del cazzo, più propriamente.
Di fatti, fatta eccezione per alcune significative parentesi ritrattistiche e qualche natura morta floreale, il pene troneggia come vanitoso soggetto pressochè in ogni fotografia.
Pene in tutte le salse: virile ed effemminato, floscio o vispo, imponente o miserello, che pende da un pantalone, fa capolino da una mutanda, sta appoggiato su di un piano cucina senza battere ciglio. Pene nero e bianco, caduto in disuso oppure quasi emaciato.
Il pene è la grande ossessione di Mapplethorpe. Che per distrarsi trova sfogo anche nel fotografare culi, talvolta. Ma qui la questione si fa più dolorosa. E chi ha orecchie per intendere, intenda.
Il problema della lirica di questo artista è che non si intravedono particolari sbocchi semantici: certo, il pene è importante al giorno d'oggi. Ma tanto da farlo diventare l'unico argomento?
Mapplethorpe sostiene di avere ricercato nella pornografia la forza dirompente che non riscontrava nell'arte già vista. Eppure, di fronte alle sue fotografie non ho provato nulla di che, non mi sono sentita smossa nemmeno nel più recondito dei miei reagenti emotivi.
Sarà forse perchè il nuovo secolo ci ha abituati ad una continua sottoposizione a stimoli erotici tanto che ormai hanno assunto il solo carattere di semplice nudità. Sarà forse perchè la forza dirompente dell'arte non sta nell'esplicito, ma in un senso che essa veicola per allegoria e che commuove, spaventa, sconvolge, rivolta.
L'ha capito forse anche chi ha allestito la mostra. Che forse per un flusso di coscienza o per ingenuità ha offerto agli spettatori un collage di scene tratte da un film di Pasolini "Salò o le centoventi giornate di Sodoma". Ho trascorso circa i 3/4 della visita alla mostra rapita dai fotogrammi. Completamente turbata, con indosso quella sensazione di lieve trance che solo i grandi artisti sanno regalare.

martedì, novembre 08, 2005
PERFORMANCES TEATRALI.
Torino è città d'arte, si sa. Negli ultimi anni lo è diventata a pieno titolo grazie all'intenso traffico culturale a cui stiamo assistendo (A QUESTO PROPOSITO SEGNALO LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI MAPPLETHORPE, a Torino fino a gennaio. Da vedere assolutamente.)
In particolare, l'attività del Teatro Stabile si distingue per il pregio dell'offerta che stagione dopo stagione tende a raffinarsi sempre più, proponendo al pubblico dei nostalgici amanti dell'arte teatrale spettacoli dal gusto classico e altrettanti dal taglio innovativo, postmoderno, avvenieristico (per lo più curati da compagnie giovani e talvolta straniere).
Dal 1 al 6 novembre è stato rappresentato sul palco del Teatro Carignano "IL PROCESSO", dall'omonimo testo di Kafka.
Sopraggiunta in sala dopo estenuante settimana lavorativa e trafelata a causa dell'usuale mancanza di parcheggio cittadina, credevo di dover sostare due ore imbalsamata di fronte ad una magistrale ma non esattamente "scorrevole" performance recitativa (data l'atmosfera claustrofobica del romanzo).
In realtà, la regia di Andrea Battistini si è rivelata eccezionale: adattamento conciso, puntuale, mai prolisso. Arricchito da virtuosismi di sapore brechtiano, come l'inserimento di elementi perturbanti, in nome del migliore Freud, ad accrescere l'angoscia del contesto scenico.
L'estrema cura per i suoni e per le luci ha conferito alla rappresentazione quel filo conduttore di suspence che impedisce qualsiasi calo di attenzione, e l'ottimo piglio recitativo di tutti gli attori (in particolare di Kappa, al secolo Giovanni Costantino) ha contributio all'ottima riuscita degli effetti parabolici di tensione sul palco.
Gradita anche la durata misurata della rappresentazione, un ora e mezza, perfettamente rapportata al testo kafkiano.(Particolare questo troppo spesso trascurato in ambito teatrale, tanto che si riesce ad assistere ad un "Sei personaggi..." della durata di più di 3 ore).
Più che l'interpretazione esistenzialista offerta dalla critica, ho colto l'aspetto pratico della faccenda: il processo e ciò che esso implica, l'iter della legge che tiene il suo corso in modo paradossalmente illegale, il rapporto di sudditanza, di timore e di servilisimo che si instaura con l'avvocato che tiene le redini della sorte, della vita o della morte, delle sbarre o del piacere seducente dell'esistere.

venerdì, novembre 04, 2005
Spostamenti.
E' che ci sono ipotesi che diventano esigenze ed esigenze che diventano sempre meno trascurabili.
Allora ti rendi conto che la vita intorno a te ha assunto forme diverse, non sei più la stessa. Ed è vero, si cambia pelle. Si cambiano abitudini, attitudini, necessità.
Quel percorso che sembrava remoto si concretizza nei nuovi bisogni, c'è una Alice pronta che guarda al futuro oggi e che tiene ancora per mano la piccola Alice delle fotografie di ieri, con tenerezza.
Questo non significa che tutto sia armonico. C'è questo timore che rimane addensato sul fondo della tazzina, dopo che hai bevuto con avidità le immagini che ti saltano agli occhi, unitamente a quello che speri, e che desideri.
C'è questa paura di non essere più la stessa, e la consapevolezza che mai più lo sarai, perchè gli abiti di prima vestono stretti e c'è qualcosa che batte forte dentro, che non conoscevi.
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